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Forrest Nero 2020

Prime impressioni e prova sul campo.

Si lo faccio! Questa è la risposta finale al quesito che a lungo mi sono posto prima di scrivere queste righe. Il problema è presto spiegato e chi non è audiofilo di primo pelo, ha già dedotto tutto dal titolo. Un’altra recensione di un cavo: ecco qual è il problema, ma non basta, perché questo è un cavo di alimentazione! Ah, qui mi metto in un bel pasticcio, ma non basta. Il mio dubbio sul farlo o meno, deriva soprattutto dal fatto che chi realizza questi cavi è un carissimo amico e fin dal primissimo prototipo ho assistito e ascoltato personalmente, insomma mi sento in fondo parte in causa ad ogni possibile commento che quanto scrivo potrà ricevere, ma penso che ogni recensione è in fondo un giudizio personale, mediato da tutta l’oggettività possibile, ma pur sempre personale e anche questo non verrà meno alla premessa. In fondo è un blog, nessuna pretesa di attendibilità scientifica, ne tantomeno di pareri inconfutabili, quelle che seguiranno saranno le mie sincere ed emozionate impressioni di ascolto trascritte per chi avrà l’interesse di leggere… e allora iniziamo, và: Vi presento il Forrest Nero! Di cosa si tratta? Ma semplicemente del miglior cavo di alimentazione con cui sia venuto a che fare in tanti anni di passione per l’hifi. Lo so, non sono il primo e neanche l’ultimo a scriverlo, ma oggi vi spiego perché sono proprio io a farlo.

Il Nero

L’aspetto estetico e la realizzazione sono di prim’ordine, nessuna pecca o imprecisione nella posa dei termorestringenti e della bellissima e robusta calza esterna. Tutto ha un aspetto molto professionale ed elegante, nulla lascia spazio a possibili confronti con altre realizzazioni artigianali in commercio, nemmeno con quelle più blasonate. Allo stesso modo, sempre dal punto di vista estetico, il confronto con i migliori cavi dei costruttori professionali e non intimorisce il Nero (le spine sono di ottima qualità con connettori dorati e placcati a specchio e rifiniti in fibra di carbonio), ma soprattutto se prendiamo in esame la maneggevolezza, è qui che arrivano i migliori riscontri. Si tratta di un cavo di sezione importante, ma comunque di buona manovrabilità. Trovato il verso giusto non si presentano grandi impedimenti per azzeccare la corretta spiegatura verso la presa di corrente (collegare ovviamente sempre prima il cavo alla IEC dell’apparecchio). Questo è ciò che si mostra agli occhi e al tatto, ma dentro la pelle esterna c’è un progetto studiato ed ingegnerizzato dall’ideatore del cavo e la dicitura Double Helix non lascia spazio a dubbi circa la geometria su cui si basa il cavo.

L’ascolto

Se fin qui qualcuno potrebbe osservare che non c’è nulla di nuovo sotto il sole, veniamo alle impressioni d’ascolto e vediamo di capire cosa apporta l’introduzione di questo cavo all’interno del mio set-up. Andando per ordine, il primo Nero inserito nell’impianto è stato quello sul preamplificatore, un Pass Labs X2, apparecchio a stato solido progettato da Wayne Colburn. Il cavo in prova è andato a sostituire il cavo francese Viard Audio Power HD20, cavo di livello già importante, top di gamma di questa azienda e molto diffuso oltralpe. L’ingresso del Nero è stato udibile immediatamente, ma attenzione, non è una di quelle infatuazioni ad effetto, ma di un risultato destinato a durare e condire ogni ascolto sempre con nuove piccole sfumature. Si tratta di un cavo con comportamento estremamente lineare, nessuna enfatizzazione, su nessuna gamma. C’è, ma non ostenta nulla, lascia semplicemente esprimere al meglio le elettroniche a cui si collega. Se questo sembra un risultato scontato, chi ha un po’ di dimestichezza coi cavi di alimentazione, sa benissimo che non tutti posseggono la sobrietà e la compostezza necessaria, ma molti prodotti, anche dei più encomiati marchi made in USA, tendono a fare un ottimo lavoro sulla scena, risposta ai transienti, etc etc…. ma spesso peccano in fatto di linearità timbrica. Non è questo il caso del Nero, che unisce a tutte le buone caratteristiche che uno può aspettarsi da un ottimo cavo di alimentazione, anche tutta la linearità di risposta di cui sono dotate le elettroniche che amiamo.

Ho due versioni di Anime Salve di F. De André (BMG – 74321974192 e Ricordi – 74321392352), disco che rimane bellissimo a prescindere da qualsiasi manipolazione o artifizio apportato in remastering. Conosco oramai molto bene ogni piccola sfumatura che le voci di De André e Fossati possono assumere in funzione di qualsiasi cambiamento sull’impianto e nell’ambiente d’ascolto.

Dopo l’inserimento del Nero tutti gli strumenti fraseggiano con un intellegibilità mai ascoltata prima, tutto fluisce naturale. La voce di De André ha il giusto calore e rotondità, ferma senza nessun rigonfiamento o borbottio. Le launeddas, che irrompono fragorose in molti brandi del CD non mostrano più alcuna spigolosità, ma solo la forza drammatica alle quali l’autore ha riservato l’intervento nel brano. Sono semplicemente naturali, ariose e musicali!

Un altro disco che ho consumato (per fortuna è un CD e ciò che ne ha risentito di più è solo la bellissima copertina digipack) è quello del gruppo Scaramouche, Voyager 2011 (Felmay – Fy 7041 885016704124). Si tratta di una felicissima registrazione della piccola etichetta torinese Felmay, che vede impegnati a swingare Lucio Villani, bassista e mente del gruppo e le bellissime voci di Marta Capponi e Andrea Belli. Sono proprio questi gli ingredienti che fanno tornare a mettere e rimettere questo disco bellissimo, un cantato jazz incantevole ed il contrabbasso di Villani esaltati dalla linearità apportata dall’impiego del Nero. Swing da camera e le atmosfere alla Django Reinhardt incantano nelle cover di pezzi che in origine nulla avevano a che spartire con il jazz e la classica, che invece sono alla base di tutte le interpretazioni di Villani e colleghi.

Altro disco che amo molto, ma tanto bello quanto impietoso se il set-up non è a punto. Mi riferisco a David Munyon con il CD More Songs From Planet Earth (Stockfisch – SFR 357.6032.2). I pezzi di questo disco sono registrati nella seconda metà degli anni novanta, all’epoca questo artista andava verso i 50 e senza fargli nessuno sconto, la sua voce è roca, sporca e a volte lacrimevole come ci si può aspettare da un cantautore country, che racconta di emarginati e preghiere spazzati dal vento dell’Alabama. La voce che ti aspetti da un disco come questo deve avere quel tanto di ‘vissuta’ ed il Nero ha dato tutta la trasparenza necessaria, appagando le mie più alte aspettative! Vette altissime, una registrazione da urlo… parliamo in fondo di una delle più belle produzioni Stockfisch e di un cantautore country ispiratissimo che sono in grado di toccare le più profonde corde dell’animo.

Full Nero

Cosa accade se la posta in gioco sale? Ovvero come suona l’impianto se sale il numero dei Nero collegati? Il tutto migliora in maniera altrettanto sorprendente. Il mio player Naim CDX ne beneficia in modo assolutamente incontrovertibile. In questo caso questo incredibile powercord va a sostituire il cavo originale Naim che, si è un normalissimo cavo molto simile a quelli comuni da pc, ma chi conosce il marchio sa benissimo che è molto meglio questo cavo ‘povero’ piuttosto che cavi cosiddetti hi end equalizzati. Infine anche il finale ne trae vantaggio nella sostituzione di un apprezzato Nordost di fascia medio alta con un altro Nero. Ecco il full Nero realizzato! E che suono e la prova del nove e quella non voluta, cioè quella che mi è capitata in poche altre occasioni (anni fa con un musicalissimo CD Naim): succede di mettere un disco rock, un cd di cui tutto sommato si conosce già molto bene ogni brano (sto parlando di Ben Harper & The Inoncent Criminals, Call It What It Is – Stax – STX38802-01) e poi girare un po’ per casa a fare altro senza stare imbambolati a guardare in mezzo alle casse. Beh, succede di sobbalzare al riff di chitarra o al picchettare di qualche bacchetta sui piatti della batteria per esclamare che questo timbro così reale non l’avevo mai sentito.

Conclusioni

Cosa fa questi cavi diversi dagli altri? Della loro geometria vi ho forse già scritto. Il foglio a corredo redatto dal progettista riporta:

Ho realizzato questo geometria, che ho denominato D-Helix (doppia elica), costituita da due solenoidi concatenati che si avvolgono… (….)…. in questo modo sono riuscito ad imbrigliare i campi magnetici in modo da non creare dannosissime correnti parassite, mantenendo un induttanza bassissima, così da minimizzare la distorsione alle alte frequenze, allo stesso tempo, il temuto effetto pelle trascurabile (in questo senso, una nuvola di conduttori è molto più vantaggiosa di un singolo conduttore di grossa sezione…) ed infine, questa geometria ha generato un carico capacitivo tale da rendere superfluo l’utilizzo di una schermatura tradizionale. In pratica lo schermo è lo stesso cavo (effetto di compensazione), con tutti i vantaggi di ariosità e nitore che questo comporta.

E allora forse il bandolo della matassa (scusate il gioco di parole visto che sto scrivendo di cavi) sta tutto qui. Si tratta semplicemente di un cavo ben ingegnerizzato, le cui caratteristiche fisiche (quelle che contano nel caso di cordoni di alimentazion!) sono state pianificate e controllate al fine di ottenere il miglior suono possibile, neutro e rispettoso delle caratteristiche di ogni apparecchio a cui lo si collega (A.C.)

Forrest Nero e Red

https://www.audiosinapsi.it/hi-fi/cavi/forrest-red-e-black/